Il patto di non concorrenza post-contrattuale nel franchising: attenzione alle insidie

Il patto di non concorrenza post-contrattuale nel franchising: attenzione alle insidie

Il patto di non concorrenza post-contrattuale nel franchising: attenzione alle insidie

Cos’è il patto di non concorrenza post-contrattuale e a cosa serve?

Come è noto, il franchising si caratterizza essenzialmente per la trasmissione dal franchisor al franchisee di un complesso di facoltà e diritti (il c.d. franchise package), tra i quali principalmente il know-how.

E’ quindi essenziale per il franchisor proteggere e tutelare tale patrimonio di informazioni, non soltanto durante il contratto, ma anche (e soprattutto) dopo il termine del contratto stesso.

Ciò è possibile attraverso il patto di non concorrenza post-contrattuale, che, non a caso, costituisce una clausola molto frequente nei contratti di franchising (e non solo).

In generale, con il patto di non concorrenza il franchisee si obbliga a non svolgere attività in concorrenza con quella esercitata dal franchisor, per un certo periodo di tempo.

La funzione principale di tale clausola è appunto quella di tutelare la reputazione e l’identità comune della rete, e di impedire che il know-how e l’assistenza prestata dal franchisor vadano a vantaggio dei concorrenti.

Il patto di non concorrenza può essere riferito sia al periodo in cui è vigente il contratto di franchising, sia per un periodo di tempo successivo al suo scioglimento. In questo secondo caso si ha appunto il patto di non concorrenza post contrattuale.

In tal caso, il patto serve al franchisor per evitare che il franchisee, dopo la fine del contratto, riacquistando la possibilità di gestire in modo autonomo la propria impresa, eventualmente anche nello stesso ramo commerciale e nella stessa zona in cui operava durante il rapporto di franchising,

sottragga all’ex affiliante la clientela con la quale aveva avuto contatti in precedenza, o comunque sfrutti le conoscenze e l’esperienza acquisita nell’ambito della rete in franchising a suo vantaggio, danneggiando conseguentemente il franchisor e l’intera rete.

Tuttavia, frequentemente l’obbligo di non concorrenza post contrattuale ha anche un’altra finalità, indiretta ma non meno importante;

esso serve anche come deterrente nei confronti di una estinzione anticipata del contratto da parte del franchisee.

Quest’ultimo infatti, sapendo di non poter (legittimamente) esercitare la stessa attività che svolgeva nella rete per un certo periodo di tempo dopo il termine del rapporto con il franchisor, è disincentivato a fuoriuscire dalla rete, e, al contrario, incentivato a rimanervi, magari rinnovando il contratto;

ciò soprattutto se ha effettuato elevati investimenti, o non ha possibilità di esercitare attività diverse da quelle svolte quando era parte della rete.

Per effetto dell’obbligo di non concorrenza post-contrattuale, il franchisee non può esercitare attività in concorrenza con quella esercitata nell’ambito del contratto di franchising, a prescindere dal fatto che si tratti di concorrenza sleale o meno.

In altri termini, anche se l’attività concorrenziale è svolta con mezzi leciti (e quindi non si tratta di concorrenza sleale) il patto in questione vieta comunque al franchisee di svolgere tale attività.

Quali sono i limiti di validità di un patto di non concorrenza post-contrattuale?

Come l’esclusiva, anche il patto di non concorrenza non è un elemento essenziale del contratto di franchising, cioè non è automaticamente inserito nel contratto, e quindi deve essere espressamente previsto nel contratto per essere operante tra le parti.

Diversamente da quanto spesso si ritiene, non è richiesto per la validità di un patto di non concorrenza il pagamento di un corrispettivo in favore del franchisee.

Il che naturalmente non vieta che, nell’economia generale del contratto di franchising, si tenga conto di tale patto, ad esempio in relazione all’esclusiva o alle royalties che devono essere corrisposte dal franchisee.

E’ invece richiesta per la validità del patto la specifica sottoscrizione da parte dell’affiliato, ai sensi degli artt. 1341 e 1342 del Codice civile, trattandosi di clausola vessatoria inserita nelle condizioni generali di contratto predisposte dal franchisor.

Il patto di non concorrenza è regolato dall‘art. 2596 del Codice civile, il quale prevede che esso può avere una durata massima di cinque anni e deve essere circoscritto ad una determinata zona o a una specifica attività.

Tuttavia, secondo la giurisprudenza prevalente l’art. 2596 c.c. non si applica agli accordi tra soggetti che operano a diversi livelli della linea concorrenziale (c.d. accordi verticali), come appunto accade nel franchising.

Di conseguenza, un patto di non concorrenza inserito in un contratto di franchising non è soggetto ai limiti previsti dall’art. 2596 C.c..

Ciò tuttavia non significa che le parti (e in particolare il franchisor) sono libere di disciplinare il patto di non concorrenza nel contratto come preferiscono.

Poiché infatti tale pattuizione produce l’effetto di comprimere la libertà di iniziativa economica dei contraenti, essa è soggetta alla normativa antitrust europea. Il Regolamento CE n. 330/2010, con riferimento al patto di non concorrenza post-contrattuale, prevede che esso è valido solo se:

  1. a) è necessario per la protezione del know-how del franchisor;
  2. b) si riferisca a beni o servizi in concorrenza con quelli oggetto del contratto di franchising;
  3. c) sia limitato alla zona in cui il franchisee ha operato durante il contratto;
  4. d) non abbia durata superiore a un anno dopo il termine del contratto.

Come deve essere redatta una clausola di non concorrenza post-contrattuale

La clausola contrattuale con cui si preveda l’obbligo di non concorrenza a carico del franchisee deve essere quindi molto attentamente redatta, in modo da tutelare efficacemente gli interessi del franchisor.

In primo luogo, occorre verificare se sussistano le condizioni di liceità del patto, sopra richiamate, per evitare che la relativa clausola sia nulla. In particolare, occorre verificare che effettivamente il patto sia funzionale alla protezione del know-how del franchisor.

Infatti, una clausola restrittiva della concorrenza come quella in esame è valida solo se volta a tutelare il trasferimento di un patrimonio di conoscenze pratiche derivanti da esperienze e da prove eseguite dall’affiliante, che deve essere segreto, sostanziale ed individuato (come previsto dalla L. n. ,129/2004).

In proposito, il Tribunale di Milano ha recentemente affermato l’invalidità di un patto di non concorrenza post-contrattuale che era stato inserito in un contratto di franchising, in quanto nella fattispecie all’affiliato non era stata impartita alcuna formazione iniziale, e dunque non era stato trasmesso alcun know-how.

In secondo luogo, occorre precisare quando un’attività si debba considerare come concorrenziale con quella del franchisor (in rapporto alle caratteristiche dei prodotti o servizi, alla loro destinazione d’uso, etc.). Ciò è opportuno per due motivi:

  1. a) per evitare che la clausola di non concorrenza possa essere ritenuta nulla in quanto eccessivamente ampia o indeterminata;
  2. b) per evitare incertezze circa l’applicazione della clausola, che possono essere fonte di contenzioso o comunque non tutelare gli interessi del franchisor in modo ottimale.

Infine, è opportuno regolamentare dettagliatamente l’ambito soggettivo di applicazione del patto di non concorrenza, per evitare che lo stesso possa essere facilmente aggirato dal franchisee.

In questo senso, è opportuno prevedere il divieto per il franchisee di effettuare attività concorrenziale in ogni modo, sia direttamente che (come spesso si verifica) o indirettamente (ad esempio tramite società controllate o partecipate, parenti, prestanomi, cessioni o affitto di azienda, etc.).

In caso di inadempimento del patto di non concorrenza post-contrattuale (ovviamente lecito) da parte del franchisee, il franchisor può tutelare efficacemente i propri interessi promuovendo un ricorso d’urgenza i sensi dell’art. 700 C.p.c., con il quale può essere ottenuto dall’Autorità Giudiziaria, in tempi rapidi, un provvedimento inibitorio, cioè un ordine all’ex affiliato di cessare l’attività concorrenziale dallo stesso effettuata.

Inoltre, il franchisor può ottenere il risarcimento dei danni subiti per effetto dell’attività in concorrenza esercitata dall’ex franchisee.

Tale risarcimento (per ottenere il quale occorre invece una causa ordinaria, con i relativi tempi lunghi), essere notevolmente facilitato, dal punto di vista quantitativo, dall’inserimento nel contratto di un’apposita clausola penale, ricollegata alla violazione dell’obbligo di non concorrenza.

Avv. Valerio Pandolfini

Il patto di non concorrenza post-contrattuale nel franchising: attenzione alle insidie

Inviaci le tue domande o richiedi approfondimenti su questo argomento!

[contact-form-7 404 "Not Found"]

 

FRANCHISING IN ITALY  –  FRANCHISING IN USAAFFILIATI IN FRANCHISING

 

Seguici su:

     

L’articolo Il patto di non concorrenza post-contrattuale nel franchising: attenzione alle insidie sembra essere il primo su Avvocato Consulenza Legale Franchisor, Franchising e Franchisee.

Source: Franchisor

Tags:
No Comments

Post A Comment